Romney diventa “leader del mondo libero” contro la vaghezza di Obama

E’ con il credito di autorevolezza guadagnato nel primo dibattito presidenziale che Mitt Romney ha pronunciato al Virginia Military Institute il suo gran discorso di politica estera, innanzitutto funzionale a tenere alti i giri del motore elettorale. Mancano meno di quattro settimane e due dibattiti al voto, lo sfidante non ha tempo per riscaldare minestre già servite, occorre che il Romney rigenerato muova i suoi passi, prendendo forma e credibilità presidenziali.
11 AGO 20
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New York. E’ con il credito di autorevolezza guadagnato nel primo dibattito presidenziale che Mitt Romney ha pronunciato al Virginia Military Institute il suo gran discorso di politica estera, innanzitutto funzionale a tenere alti i giri del motore elettorale. Mancano meno di quattro settimane e due dibattiti al voto, lo sfidante non ha tempo per riscaldare minestre già servite, occorre che il Romney rigenerato muova i suoi passi, prendendo forma e credibilità presidenziali. Anche spostandosi al centro, distribuendo il peso più sulla moderazione che sulla purezza ideologica. “La speranza non è una strategia” è l’occhiello sotto il quale ha elencato incertezze e fallimenti della politica estera di Barack Obama, il presidente del “leading from behind”, quello del silenzio sulla rivoluzione verde in Iran, dell’operazione a metà in Libia, dell’inazione in Siria, della ritirata frettolosa in Afghanistan e della rottura con Israele. Una politica che l’America sta pagando, a partire dell’attentato dell’11 settembre a Bengasi, “portato da affiliati di quelli che ci hanno attaccati l’11 settembre del 2001”, e che ha risvegliato sentimenti di ostilità contro l’America. Che fare, dunque? Innanzitutto armare i ribelli siriani, la distinzione fondamentale in termini di policy fra Romney e Obama. Attenzione: lo sfidante repubblicano non ha detto che l’America deve dare armi ai ribelli, ma se verrà eletto “insieme ai nostri partner identificherò i membri dell’opposizione che condividono i nostri valori e farò in modo che ottengano le armi necessarie per sconfiggere Assad”.
Romney soprattutto ha sottolineato il ritorno ai valori di quel paese che molti nel mondo “pensano ancora che incarni il meglio del genere umano”, ha parlato da “leader del mondo libero” e l’ha opposto da una parte al pragmatismo peloso di Obama e dall’altra anche al copione di George W. Bush e del suo proposito di “fermare la tirannia nel nostro mondo”: l’influenza americana, dice Romney, dev’essere usata “per rendere il mondo migliore. Non perfetto, ma migliore”. E questa piccola cautela in un discorso muscolare mostra il piano elettorale preparato dalla triade di consiglieri di politica estera, Richard Williamson, Alex Wong e Eliot Cohen: presentare Romney come un candidato in perfetta continuità con la tradizionale politica estera americana, un compare tanto di Kennedy quanto di Reagan. Sono piuttosto Carter e Obama le eccezioni. Il nervosismo della campagna del presidente è venuto alla luce in uno spot contro la politica estera di Romney e con una risposta allo sfidante distribuita prima ancora che avesse pronunciato il discorso. Gli uomini di Obama hanno tirato fuori le gaffe durante il viaggio in Europa, dicendo che “Romney era contro la guerra in Libia prima di essere a favore”. Nulla però ha turbato il tono presidenziale di un candidato ringalluzzito da un dibattito perfetto e confortato da un sondaggio Gallup che dopo la serata di Denver dà i due contendenti in perfetta parità, per quel che vale.